Territori astratti e informali

territori astratti e informali
Un’ esposizione riservata ai ” Territori astratti e informali” non può ‘ accontentarsi di affermare l’attuale vitalità’ e il relativo meticciamento di questo versante non figurativo.
Occorre capire almeno gli essenziali cambiamenti che hanno luogo lungo il crinale di questa vasta area creativa, cioè’ i mutamenti che determinano i problemi e i caratteri dell’approccio dell’arte astratta e informale con le novità delle arti visive di oggi. Dentro questi nodi si reggono parte degli equilibri delle opere che esponiamo e il senso delle fatiche e delle motivazioni che animano i loro autori.
Consapevole dei limiti propri della semplificazione, mi arrischio a tratteggiare un sommario profilo di questo avventuroso e avviluppato processo artistico che da’ il titolo tematico alla mostra.
L’ astrattismo germina in terra europea nel primo decennio del Novecento trovando il contesto adatto, ossia maturo per accoglierlo e diffonderlo. Vi sono ormai infatti le condizioni necessarie a spianare la strada ad un fare creativo inedito.
La rappresentazione della realtà’, assaltata su vari fronti (infedeltà’ mimetica, scelta cromatica non naturalistica, scomposizione/ricomposizione sperimentale dell’immagine,
libero uso dello spazio interno all’ opera ), si disgrega lasciando il posto ad un impaginato di linee, forme e colori, sotto il dettame del’ artista. Si avverte una speranza collettiva,
variamente interpretata, che sostanzia la ricerca di questo nuovo sbocco: il lirismo di Kandinskij chiede un’arte che riesca a contrastare le brutture del reale, il costruttivismo russo e lo sperimentalismo tedesco del Bahaus cercano nell’arte astratta un sostegno al loro intento di dar vita ad un mondo nuovo, il neoplasticismo di Mondrian e’ impegnato in
una rigorosa battaglia in nome della purezza creativa. Le ramificazioni delle esperienze
astratte si moltiplicano e si ibridano originando anche opere in cui prevale l’astrazione,
processo che sradica diversi caratteri classici mantenendo comunque un estremo legame con la rappresentazione figurativa
Negli anni trenta il totalitarismo europeo e la conseguente fuga degli artisti in America permettono lo sviluppo del’ espressionismo astratto d’oltreoceano, venato di surrealismo
e di altre caratteristiche d’importazione, e avviato ben presto ad un graduale affrancamento. Nel dopoguerra, con l’esaurirsi dell’astrattismo geometrico e il contemporaneo bisogno di esprimere le atrocità vissute, esplode l’ informale che già aveva annunciato la sua comparsa durante il periodo bellico.
A questo punto saltano gli ultimi ormeggi della figurazione. Anche la forma, seppure già’ slegata dalla realtà’ e costruita nella mente dell’artista, appare un ingombro non più’ sopportabile e viene sostituita da una liberatoria gestualità” e un affondo materico.
Venuta meno la spinta informale, subentrano sperimentazioni non figurative che reagiscono alla tarda soggettività’ di maniera ( arte cinetica, optical art, analitica, programmata, etc.).
Nel nuovo millennio l’arte astratta e quella informale, datate e storicizzate, interagiscono con esperienze artistiche portatrici di altre problematiche e di tecniche espressive
articolate e multidisciplinari. Oltre alle difficoltà’ insite nel lavorio di interazione fra
“vecchio e nuovo” occorre tenere conto delle caratteristiche di base della creazione non
figurativa. Quest’ultima non concede l’immediata percezione delle cose e mancando la ricezione percettiva le esperienze non figurative mediano il dialogo fornendo le chiavi di lettura: fruitore e artista necessitano di capirsi e devono poter usufruire di un linguaggio in comune. In alternativa, arrivano in aiuto la psicologia della forma e l’esistenzialismo: quanto alla prima, c’e’ un modo universale di recepire colori e forme, quanto al secondo, si può partecipare all’opera appoggiandosi alla vita dell’autore e al contesto.
Infine, in ispecie con l’informale, la questione comunicativa diventa ardua se non sopperisce la sopracitata condivisione del linguaggio. C’e’ poi la posizione relativista che sbandiera una selvaggia – e solitaria – anarchia interpretativa ed emotiva. Scompare, in questo caso, qualsiasi dialogo diretto e sostenuto da contenuti, perdono significato i valori collettivi, viene a mancare la koinè’, cioè la comunità. Nel nuovo millennio la koinè è il “villaggio globale” e le arti mediali la lingua creativa più parlata.
Teatralità, sorpresa, stupore, forte impatto interdisciplinare, sono i nuovi confini nei quali
giocano la loro partita i territori astratti e informali.
Le sculture di Enrico Bartolini sono senza titolo, tutte similari, e hanno la struttura di piccoli
parallelepipedi di plastica, composti da numerose palline da ping pong bianche su cui compaiono disegni di minute faccine. Queste opere di dimensioni contenute rappresentano astrazioni plastiche dal sentore vagamente pop. Ad una certa distanza
sembrano allegre parodie di soldatini in sfilata, allineati sull’attenti. L’ immaginazione di
Bartolini ci trasmette, attraverso infantili squadroni, un senso di patetica sfida, o meglio,
ci strappa un sorriso laddove ci sarebbe motivo di corruccio. Lo scultore (e’ anche un pittore non figurativo ) non riproduce i plotoni così come li conosciamo ma ce li fa vedere
con gli occhi della sua fervida fantasia.
Mirko Cervini espone pitture informali di marca concettuale; egli stesso lo conferma dicendo che ” l’ arte e’ un insieme di concetti complessi condensati in semplici gesti votati
all’ esaltazione massima del significato a dispetto dell’apparenza “. Come dominante si avverte l’introspezione mentre la matericità imponente e’ al servizio dell’idea e proprio per questo non e’ importante. Il suo linguaggio consiste in un lessico senza parole che dipinge sensazioni del vissuto, stati d’ animo, pensieri. Si tratta di un viaggio in cui si rincorre, ad esempio, un’ impressione, il cui colore o materiale potrebbe cambiare da un momento all’altro e pertanto quell’attimo viene bloccato dalla pittura attraverso colore e gesto.
La sua poetica si ripiega spesso su temi quali la condivisione, la sinergia tra culture, il silenzio nella sofferenza e si sofferma tra le ombre con gli occhi profondi della sua arte.
I dipinti di Cervini possiedono forza cromatica ed energica gestualità’ e tra i colori vividi si
addensano linee, gocciolature alla Pollock.
Le elaborazioni fotografiche di Matthaeus Kostner sono singolari sia per l’originalità’ espressiva che per quella tecnica.
Ognuno dei suoi tre lavori, di ampio formato, veste una peculiare coloritura: viola oppure
rossa o azzurra; non e” una tinta uniforme ma e’ la dominante cromatica che caratterizza
l’insieme informale, composto da innumerevoli sovrapposizioni di foto digitali colorate.
Il titolo complessivo, ” Punto d’incontro ” riassume la storia nascosta dietro queste composizioni fotografiche. Infatti l”evento e’ dettato dalla curiosità’ dell’artista che si
posiziona davanti alla casa di Mozart a Salisburgo, punto d’arrivo dei percorsi di molti
turisti; nel viaggio di ogni visitatore si racchiude un mondo e Kostner ne vela il segreto
all’interno di ciascuna sequenza stratificata.
I quadri fotografici riflettono suggestive trasparenze, ora sembrano dei paesaggi ora
assumono l’aspetto di volti, strani esseri, scatenando voli di fantasia mai conclusi.
Ferdinando Provera, fotografo e musicista, riassume le sue passioni nella cifra stilistica,
delicatamente raffinata, con cui firma le sue opere.
L’artista origina creazioni fotografiche astratte, in bianco e nero e a colori, le cui forme stimolano l’immaginazione attirandola in un gioco trasognante, alla ricerca di figurazioni che la mente scopre all’interno delle fantasmagorie o dei sottili intrecci visivi.
Il processo inventivo e’ tecnicamente laborioso e inizia nel momento in cui si costruisce
la composizione a partire dalle scansioni (scanner laser 3D ) di facili cose d’uso quotidiano: e’ rilevata la forma virtuale, ossia la vera forma tridimensionale dell’oggetto, depurata da ogni elemento estraneo ( consistenza, colore, etc). In questa fase, le forme virtuali in 3D non sono altro che un insieme di punti che abitano lo spazio del calcolatore del PC e i tanti insieme di punti rappresentano il lavorio di Provera che scansiona numerose realtà’ oggettuali. La parte più propriamente creativa subentra allorché’ l’artista sfiora con la mente quell’affollato mondo di forme virtuali e da esso, estrapolando e collegando a suo piacere i punti, fa sorgere una forma nuova, fantastica, tridimensionale e sempre virtuale. I passi successivi servono a materializzare, con lo scatto fotografico, i raggruppamenti di punti pensati per poi stamparli e fermarli sul supporto nella sequenza desiderata. I lavori a colori sono stampati su carta fotografica.
Questi quadri fotografici raccontano tacitamente sogni e memorie silenziose del’ autore, “oltre lo sguardo”, tra le nuvole dei suoi punti, tra i colori dei suoi ” luoghi”.
Giorgia Meacci avrebbe forse visto volentieri a Torino, presso la Davico nel 1971, le sculture di Braque; allora troneggiava la frese “L’ arte e’ una ferita che diventa luce”.
Tra i dipinti della pittrice, che abbracciano un arco di tempo abbastanza lungo, c’e una prima serie riguardante proprio le ferite, concretamente e metaforicamente.
I colori caldi, vitali, della sua pittura informale e materica, fanno pensare al corpo vivo, ferito, ai sentimenti che maturano lungo il percorso di guarigione, dal dolore alla riconsiderazione in positivo della propria esperienza sotto il segno dell’arte.
Esperienze appaiono anche quelle all’insegna del continuo scontro – incontro, vicenda che ci accompagna, con esiti sempre diversi, durante la vita.
La materia delle sue opere e’ lavorata, sentita, accorpata, scalfita, tra grumi e inserimenti oggettuali, e rende sul piano tattile e quello visivo l’idea del rapporto tormentato che ci riguarda come genere umano. E’ un linguaggio dinamico dove estetica ed etica si affiancano. Meacci rappresenta un giovane talento, dietro le tracce del grande Burri
L’astrattismo di Simon Ostan Simone potrebbe titolarsi ” Gli opposti in dialogo”.
I suoi fondi irregolari e monocromatici contrastano ed esaltano le forme stilizzate e ripetute, creando una pittura volutamente piatta e avara di colori, oppure terrosa.
Esperto in grafica, conosce ed e’ appassionato di pittura antica; le sue opere rimandano ad un’atmosfera arcaica, all’amore per la terra.
Nella serie “my land” Simon Ostan lavora con l’argilla, se ne vedono le crepe e su di esse si adagiano le piccolo ripetute grafie: come se fosse alla ricerca della comunicazione più arcaica.
E’ un linguaggio asciutto, quasi scabro, simbolicamente essenziale.
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