Nuovi linguaggi figurativi a confronto

Se il linguaggio visivo evoca la comunicazione, la specificità’ che ne definisce il suo essere figurativo rimanda in qualche modo alla riconoscibilità, magari deformata, del reale rappresentato. Vale a dire che la realtà, intesa in senso lato (simbolizzata, teatralizzata, miscelata con contesti di ricerca concettuale, oppure oggetto di peculiare progettualità’, etc.), e’ presenza intorno alla quale si confronta  lo sguardo contemporaneo dell’ artista oltrechè del fruitore.
Le arti visuali del nuovo millennio, sempre  più trasversali e interdisciplinari, restano in bilico fra tradizioni e innovazione, strette intorno a una vigorosa carica di energia giovanile.
Figurazione e realismo definiscono due accezioni in uso, rotolate nel presente con il loro bagaglio datato, importante, rivisitato e rinascente come l’araba Fenice.
La neofigurazione, ad esempio, attraversa con alterne vicende il Novecento intrecciandosi con le varie forme “realiste”, filiazioni mutanti dell’originario realismo positivista del XIX secolo.  Il neofigurativo del dopoguerra rivaluta grandi artisti allora semidimenticati come Bonnard, Soutine, mentre il realismo esistenziale, caduto il figurativo di regime, si
diversifica da quello sociale (impegnato in battaglie collettive), qualificandosi come un’arte di grande levatura, sofferta e cruda (sulla scia di Bacon), assolutamente non manipolabile.
Negli ultimi anni vengono alla luce nuove formazioni, interessanti sotto il profilo civile e artistico.
La neofigurazione anarcoantisociale, nata come gruppo nel 2007 con un manifesto, proclama il ritorno ad un programma non mercificato e lamenta il nulla imperante, ossia l’assenza di ideologie e si propone come arte creativa, educativa, poetica, visionaria, riconoscendosi nel neospressionismo tedesco e nel graffitismo alla Basquiat.
Arriviamo all’oggi ritrovando un’altra forma di far arte figurativa, cioè’ la neofigurazione indipendente, senza  leggi, ne’ logiche stilistiche, capace di aggregare i giovani artisti intorno  al proprio sé e alla contemporaneità’. Si tratta di un afflusso spontaneo, caotico, in cui  conviene immergersi. L’attenzione giovanile spazia dall’interesse per la legge 180, ai “social
housing”, dai link ai ritratti al cellulare, tramite fumetti, ruvide sculture, pitture  dall’apparente aspetto magico come “Il sole di guerra”.
Sullo sfondo di questo frammento storico appena tratteggiato si colloca l”attuale mostra che mette a confronto quattro nuovi linguaggi figurativi con diverse tangenze dialogiche.
La figura umana, tema antico, collocata in contesti diversi e pronta a trasmutare secondo le singole progettualità  in atto, rappresenta il soggetto che unisce i nostri artisti;  inoltre una plastica pittoricità’ ed una fertile immaginazione diventano il denominatore comune dei linguaggi proposti.
Lo snodo narrativo di Luisa Denti rimanda ad uno spazio angusto e allusivo entro una desolante contemporaneità e ad un mondo interiore al femminile, lì racchiuso, che si dibatte lacerandosi. Non e’ un dramma fine a se stesso.
L’artista dirama gli spezzoni della storia e li articola in due filoni di lettura visiva: la tragedia shakespeariana di Ofelia e la sincronica vita di una novella Ofelia che ripercorre metaforicamente le tappe allucinate della sfortunata protagonista inglese.
Tecnicamente il progetto interdisciplinare, innovativo e accuratamente programmato, si avvale di un agile scambio ripetuto
di immagini pittoriche e fotografiche che danno tenuta e ritmo all’insieme compositivo. L ‘acqua, dal tempo degli studi in poi, e’ sempre stata una componente essenziale che accentra e stimola l’interesse di Luisa Denti. In questa serie di cicli pittorici e fotografici l’acqua, seducente e fatale luogo di morte per Ofelia,  viene simbolizzata in chiave moderna da una
vasca, dagli stivali da pioggia, da un telo, in uno stanzino dove la donna affoga nelle sue farneticazioni.
La pittrice-fotografa ci presenta una neofigurazione dinamica nella poetica e una piena padronanza degli strumenti
artistici utilizzati  nel segno di un realismo inconsueto.
Surreale, ironica, elegantemente classica dal punto di vista tecnico,  la figurazione di Ferdinando  Di Maso si pone come terreno di ricerca per quanto riguarda l’aspetto progettuale.
E’ quasi sempre al centro la figura umana; solitamente però il nuovo figurativo parla una lingua legata all’interiorità,
spesso all’inconscio, rielaborativa di una visione etica personale o proiettata nel sociale; la pittura che in questo caso ci viene proposta, nasce piuttosto dall’esigenza di dar corpo al pensiero, senza altri intendimenti.
Si tratta pertanto di una moderna commistione di generi a dominanza concettuale. Le opere di Ferdinando Di Maso intendono infatti concretizzare un’idea mettendo in atto uno studio razionale e quindi la paradossalità di  numerose scene che sollecitano a  pensare certi “spiazzamenti” magrittiani non sono che secondarie rispondenze.  Ad esse non fanno riscontro reali processi mentali i quali invece sono indirizzati consciamente dal pittore a esplorare fino ai limiti della coscienza attraverso autentiche immagini.
Siamo di fronte ad una valida pittura che si può’ definire realista, non facilmente inquadrabile per originalità’ poetica.
Pier Luigi Vurro disegna, dipinge, scolpisce. Lavora con tratto sicuro e pennellata esperta ogni dinamica o statica postura della figura umana e con altrettanta disinvoltura rigorosa accosta o incorpora la parte materica. Da essa, in  alcune sue
opere, la persona sembra addirittura emergere, altre volte da una semplice grafica si ottiene un risultato affine grazie ai segni scuri e irruenti con cui scalza l’immagine.
La sua classicità’ ha una chiave di lettura attuale che evita ogni ombra di accademismo: abbiamo dinanzi un  comporre nervoso, energico e vitale, una carica immaginativa e penetrante, un insieme coloristico creato da una tavolozza graffiante tra luci, ombre e imprevisti rimbalzi luminosi  che i materiali eterogenei restituiscono.
Il bello e’ una manifestazione del bene, secondo gli antichi greci,  e il neofigurativo vive la contemporaneità’ a partire dai suoi lontani retaggi.
L’arte qui e’ vista come luogo di riflessione emozionale, creativa, vale a dire di ricerca, un tentativo verso il vero.
ll linguaggio visivo di Paola Endellini si lega a quello musicale anche se l’accostamento non evoca l’astrattismo lirico ma riguarda una neofigurazione che rivisita il quotidiano (con una finestra sul mondo ) lasciando la centralità all’uomo attraverso la passione del ritratto.
La pittrice mostra lavori di qualità e la sua tecnica preferita  e’ l’olio, curando  disegno e colore fino ad ottenere il “carattere” del dipinto.
I suoi lavori sono ariosi e verosimili ma nel contempo partecipi del mondo immaginario di Paola Endellini.
La predilezione per la tradizione fiamminga, l’impressionismo, il debito verso  Van Gogh nella sua produzione più matura, si intravvedono e compartecipano alla formazione della sua cifra stilistica.
La poetica imposta il rapporto artista e fruitore individuando un ponte  che li  mette in contatto e focalizza  la funzione dell’opera come luogo di ascolto interiore e, con stretta interpretazione, in quanto tale trascendente e fonte di infinite letture soggettive.
Questa visione del lavoro artistico accresce l’importanza e la responsabilità attribuite all’opera d’arte e rivela l’impegno e il senso che guidano la pittrice.
E’ una neo figurazione attenta alla condizione femminile e ai disagi sociali  dentro il riquadro della memoria.
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