Natura, traduzione latina dal greco, nel suo significato più primitivo simboleggia il principio di vita e di movimento, legandosi inoltre all’ idea del nascere e della luce; occorre aggiungere che per gli antichi presocratici rappresentava il principio della materia nella sua accezione più complessa e per Aristotele movimento e quiete completavano insieme il senso.  In realtà parlare di natura vuol dire  inoltrarsi nella storia dell’uomo, attraversata da cambiamenti epocali, in una continua successione di stravolgimenti, arricchimenti, stratificazioni o morte (a volte apparente) di significati.  Il bagaglio dei secoli incide pesantemente anche sull’altro termine del confronto che titola l’attuale mostra: artificio, in latino “fatto dall’arte”, ossia artefatto dell’ uomo, il quale segue il dinamico percorso non lineare dell’ideazione e fattualità della cultura umana.

I lavori in esposizione rimandano al contesto agreste o cittadino, entrambi filtrati da usi e costumi tipici del vivere odierno, e interpretati in chiave personale.  La natura contemporanea ha subito un lento, intricato e  progressivo processo di disincanto.  Un tempo gli uomini l’abitavano diversamente:terreni, acque,cielo, frutti della terra, animali, sobborghi e  spazi  urbani, erano tutti interni ad un’ aura sacrale, animati e  popolati da divinità dialoganti e fantasie viventi in ogni dove.  Folletti, ninfe, semidei affollavano a frotte i luoghi che, a loro volta, impersonavano dei antropomorfi estrosi.  In una cornice magica fiumi, rocce, monti, sole e qualsiasi astro, fino ad arrivare al più umile elemento naturale, proteggevano una visione della vita caratterizzata da un legame profondo tra l’ uomo artefice e la natura in cui egli era immerso.  Era un rapporto diretto, alimentato da rispetto, timore, sorpresa, fascino, comunicazione, appartenenza.

Allorché si è aperta un’irreparabile incrinatura all’interno di questo mondo integrato e composito il trascendente ne ha perso il contatto privilegiato e allontanandosi ha spento luci, colori, voci, lasciando una terra statica e silenziosa, disanimata e desacralizzata.  I rivolgimenti sociali non hanno tuttavia impedito che la natura in via di secolarizzazione ispirasse ancora e l’uomo esternasse altrimenti le sue esigenze vitali tramite un immaginario tanto emozionale quanto approcciato sempre più in modo scientifico.

Artificio e natura ora si compenetrano con linguaggi differenti e gli stralci del più antico passato si mescolano con simbolismi, metafore, allegorie, creazioni mentali, esaltazioni materiche, ricerche lanciate verso il futuro, oscillando entro un rapporto uomo e ambiente che sottolinea il disagio o accentua le innumerevoli potenzialità attuali. 

L’arte, nel nostro caso quella visiva, è tutta interna a questo dinamico rapporto, fertile ma ormai conflittuale a tutti gli effetti.

Lucia Caricone, in arte Lumetta, predilige dipingere singolari nature morte e la singolarità non consiste nella scelta dei soggetti (fiori, frutta, verdure) ma nelle modalità e nella concezione con le quali la concretizza.  Anzitutto è eliminato il consueto sfondo che colloca in modo veristico e dà profondità spaziale all’opera: ciò vanifica le pallide ombre portate poggianti sul vuoto.  I colori enfatizzati creano un’atmosfera  straniante accentuata dalla monumentalità che è conseguenza delle dimensioni e dell’angolazione compositiva.  Non a caso tra i lavori si trova un “Omaggio a Claes Oldenburg”, artista che tematizzava il consumismo di massa con soggetti dalle tinte sgargianti, artificiali, anche quando rappresentavano prodotti alimentari.  La natura morta mostra infatti anche per Lumetta il suo distacco dal contesto originario e la bellezza dei frutti della terra rappresentati  non fanno pensare ad una tavola imbandita o ad un campo coltivato, scene a cui ci avevano abituati da tempo le raffigurazioni borghesi; inoltre l’imponenza iperrealistica delle forme curate con raffinatezza provoca  un senso di artificiosa staticità.  In diverse opere la pittrice cattura, per così dire, l’interno del fiore o dell’ortaggio trasformando paradossalmente l’impianto pittorico  in  una sorta di architettura astratta e ricordando così le stupende immagini fotografiche degli anni venti di Georgia O’Keeffe.  Artificio e natura si coniugano al contemporaneo dentro una poetica di elegante e sottile consapevolezza del presente.

Moreno Montomoli va in giro per boschi, sentieri e campi e nel girovagare non trova più né l’incantata sacralità antica né il trascendente “Angelus” campestre di Francois Millet pur tuttavia la macchina fotografica cerca di fermare con lo scatto una sensazione atavica di familiarità e nello stesso tempo una moderna affermazione del proprio sentire.  Le riprese dal basso acutizzano la percezione personale di piccolezza di fronte alla natura e, fra chiarori e trasparenze, fanno risaltare anche quella tensione verso il sogno e l’immaginario che spinge a cercare, come in un gioco di forme mobili in una massa nuvolosa, nuove figure all’interno dell’orizzonte inquadrato.  Tronchi e rami si trasformano in maestosi giganti, in grovigli figurali dove si può sbrigliare ulteriormente la fantasia nell’ individuare analogie, richiami simbolici, associazioni emotive dell’inconscio.  Alcuni lavori, come ad esempio l’immagine del fogliame interrotto qua e là da frammenti di ramo, si possono annoverare quali riuscite creazioni informali.  L’uso accorto del colore e un rimando aggiornato alle tematiche della fotografia pittorialista danno dignità estetica al linguaggio artistico di Moreno Montomoli.

A partire dal secondo ottocento il paesaggio delle città in trasformazione è stato fatto oggetto di particolare studio da parte degli artisti.  La pittura di Francesco Tromba, a più di un secolo di distanza, si addentra nel cuore delle metropoli e nelle loro periferie non tanto per scorgervi spezzoni di palazzi, rive di fiumi o lunghi viali quanto per cogliere un attimo della vita di un angolo urbano.  Nelle città l’artificio e la natura oggi sono a stretto e difficile confronto.  Guardare e vedere l’inavvertito “esserci” in quel passaggio casuale di gente non è cosa da poco.  I quadri ad olio sono acromatici come una vecchia o rara e preziosa fotografia oppure hanno colori pacati, realistici, definiti nei toni, fasciati dalla luce; i tagli dell’immagine sembrano apparentemente casuali e al di là dei canoni classici ma l’impaginato ha un suo rigore interno e la figurazione non è descrittiva né documentaria.  L’attenzione è rivolta alle persone e ai loro “oggetti”, ossia macchine, moto, giornali, etc.; l’anonimato si spezza nel momento in cui la figura umana ci appare così com’è, con la sua storia di tutti i giorni, basta questo per renderla degna di riguardo e impedire che possa scorrere davanti agli occhi come una rotella di un grande ingranaggio.  La messa in risalto di un motorino non ha la valenza di un’esibizione pop, è piuttosto una riserva di spazio, fra i tanti possibili, a ciò che accompagna l’uomo nella sua quotidianità: che lo si voglia o no è parte della realtà che ci contraddistingue e di cui non possiamo fare a meno.  Francesco Tromba ci apre ad un’arte che propone uno sguardo positivo ma non ingenuo.  Si tratta, come afferma lo stesso artista, di una riappropriazione riflessiva dell’immagine.

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