Profili artistici di ricerca visiva

“Far arte e’ il modo di pensare e di agire dell’artista”(Pareyson).
In realtà il fare arte e il dedicarsi alla ricerca artistica si declinano insieme rappresentando un complesso processo, composto da passaggi, tentativi, fallimenti, riprese, il quale non e’ proseguibile indefinitamente ma giunge alla sua conclusione, ossia alla forma in cui trova il proprio termine naturale. L’ artista si immerge in un lavorio intenso  senza conoscerlo preventivamente in modo preciso ma lo scopre durante il percorso e solo dopo vede con chiarezza che ciò’ che ha costruito era quello che andava fatto.
Questo avviene anche quando l’intento e’ la più’ totale asetticità.
La riuscita e’ tale che solo quando e’ realizzata in modo compiuto mostra davvero la propria legge mentre quando e’ in corso non c’e’ norma evidente e si deve inventarla nell’atto in cui si lavora.
Avventurarsi all’interno di una creazione poetica richiedono al critico e a chi fruisce un’apertura personale e una disponibilità al confronto; anche le categorie spazio-temporali che l’opera evidenzia non sono scontatamente assodate ma riflettono il pensiero dell’autore, palese o sotteso.
E’ in questa direzione che si intende tratteggiare i profili dei linguaggi proposti dagli artisti presenti in questa mostra.

Le sculture esposte da Maria Halip rappresentano una nuovo passaggio della sua ricerca. Infatti si avverte una fase più’ dinamica in cui abbandona l’intimismo statico, e per certi versi un poco ripiegato su se stesso, delle prime opere di terracotta e si slancia a creare svettanti gruppi scultorei di ceramica. Essi sono colorati in prevalenza di bianco o di rosso acceso, si impongono sinuosi e frontali o approntati a tutto tondo: appaiono come animati gruppi figurali che provocano lo sguardo con grappoli di stilizzate e tonde testine e presenziano con decisione nello spazio. Se lo spazio e’ presenza il tempo e’ movimento, divenire, un oggi proiettato nel futuro.  Le figure inoltre sono attraversate da una fitta scrittura che tende a squadernarsi sulla materia scultorea come se fosse tela.
In lontananza si sentono gli echi della lezione novecentista che, a partire dal paroliberismo passando al dada, al lettrismo, alla poesia visiva, e via via alla sempre più’ diffusa coppia  parola-immagine, scardina i nessi scritturali in una tensione verso il segno.

Rosaria Di Dio mostra un figurativo fotografico, la cui cromia e’ composita e vivace, che traghetta esplicitamente lo spettatore dalla scena prescelta e fermata dallo scatto alla riflessione spazio-temporale  che la fotografia evoca. In effetti le nature morte ( frutta e verdure decomposte), efficaci come messaggio e singolarmente belle,  inducono a soffermarsi sul senso della scelta visiva e a confrontarsi con il tempo quale vettore di mutamento destinato ad attivarsi nello spazio, cioe’ tempo e spazio diventano in stretto rapporto coautori del trasformarsi dell’esistente.
“Sulla generazione e corruzione”- l’anima greca che intreccia la nostra cultura- sembra un sottotitolo che attraversa indenne i millenni per ripresentarsi in chiave contemporanea a far riflettere sull’oggi.

I volti surreali di Gianguido Oggeri Breda, ottenuti attraverso la sovrapposizione di numerose scansioni operate dallo scanner su visi e materiali vari (terra, sassi, peli, etc.), alternano un chiaroscuro cromatico terroso con luci opache e fantasmagorie colorate  simulando  l’effetto fotografico e aggiungendovi un tocco trasfigurante e pittorico.
In questi lavori lo spazio e’ concepito come compresso, catapultato, stratificato e il tempo risulta rarefatto;  la materia immanente,  pur essendo in primo piano, non presenta nulla di materico per quanto concerne l’aspetto tecnico ne’ la sperimentazione ha qualche carattere in comune con il poverismo.
E’ proprio il pensiero spazio-temporale sotteso che da’ luogo a questa sorta di ricerca smaterializzante e “magica”.

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