Luoghi fisici e mentali del paesaggio

“I luoghi fisici e mentali del paesaggio” rappresenta di per sé un modo di definire appartenente alla contemporaneità.
La mostra attuale permette di avvicinarsi all’arte del nuovo millennio illustrando dal vivo lo stato delle relazioni uomo – paesaggio nelle arti visive con tutto ciò che comporta : problemi e aperture.
Questo rapporto dalle origini antiche figura complesso, mutevole, ricco di implicazioni sul piano storico, rappresentativo, espressivo, evocativo e, ancora, culturale in senso lato.
“Paesaggio” in greco antico richiama “il tutto”, inteso come universo popolato di vita, in latino conserva l’elemento antropico racchiuso nel suo alludere al villaggio. In realtà l’uomo non è mai uscito dal paesaggio anche se in molti oggi affermano che l’antropocentrismo ha fermato la sua corsa. Sarebbe forse più prudente, a mio avviso, ipotizzare una ritirata riflessiva, parziale e inquieta, della presenza umana nei recessi profondi e velati della realtà paesistica.
È sempre meno possibile confrontarsi con la storia tramite un pensiero lineare in quanto, grazie alle trasformazioni radicali in corso, si constata con evidenza che le metamorfosi sociali sono sempre immerse in contraddittorie contorsioni, rimandi, salti a gambero, filiazioni enigmatiche.
Eppure arrischio a dire che il passato sembra offrirci un paesaggio dalla struttura di cristallo, ora venata da caratteri descrittivi, ora illuminata da incarnazioni del sacro, ora fungente da supporto per scene bucoliche ellenistiche, oppure trasformata in simbolo dalle diffidenze medievali. L’insieme delle sfaccettature è simile ad una girandola di specchi ciascuno dei quali ruotando sfoggia tagli diversi fino a raggiungere i primi segni plastici, via via rielaborati in un susseguirsi di strappi volti al raggiungimento di una totale autonomia.
Uscendo dalla metafora va aggiunto che l’ affermazione del sacro nella rinnovata fede rinascimentale convive con il mitologico mentre i tormentati contenuti manieristici che seguono sono progressivamente sostituiti da un infervorato rigetto del fantastico e una rigorosa ricerca del vero visto come reale riconoscibile; tutti questi – e altri – aspetti trasformano il paesaggio che si muta in ideale estetico nel Settecento, si defila durante il Neoclassicismo, prorompe agguerrito, amato, studiato in fase illuministica, si carica di tenebrosa passionalità fra i romantici trapelando infine la crisi del tardo ottocento con i simbolisti.
Accennare a questa camaleontica e intrecciata vita artistica, molto più tortuosa in verità, che investe la cultura mira a familiarizzare con gli ultimi eventi. Si esce da un Novecento che ha acutizzato la crisi di cui era erede frantumando o deformando qualsiasi immagine del visibile alla ricerca di nuove strade dentro uno squarcio di espressività disperante e contestativa. Da questa situazione l’artista si trova a fare i conti con il passato e con il proprio linguaggio interiore, nel contempo si sente sommerso da un’ondata di “mondo globale”, lanciato a tutta velocità nel sociale mediatico.
Dopo il duemila le mutazioni tempo – spazio – percezione – strumenti materici e non — immaginario – incidono ed esigono uno sforzo identitario non indifferente nel rapporto uomo – natura.
Il paesaggio urbano, dilatato e omologante, accanto a scorci panoramici deturpati o artefatti, hanno come contraltare variegati contributi ideativi dissimulati, simbolizzati, dando vita ad intensa nuova paesaggistica.

La conoscenza, il piacere del fare e dello sperimentare, sono i caratteri che accomunano le poetiche, peraltro diverse, degli artisti partecipanti a questa mostra.

La nuova serie di quadri di Enzo Briscese si distingue nettamente dalle precedenti, pur mantenendo salda la cifra stilistica,, e questa evoluzione coinvolge l’intero assetto delle composizioni, ossia interessa tanto la componente coloristica che quella strutturale. Lo schiarimento della tavolozza asseconda una insolita ed intensa luminosità che accende le tele senza effetti sgargianti o chiassosi. La prevalente gamma di grigi che incombeva sui dipinti dedicati alle periferie urbane lascia il posto a una vivace e ricca cromia che anima le immagini di paesaggio e realizza una felice sintesi tra rappresentazione, astrazione e informale con dominanza figurativa.
Nell’impaginato geometrizzante fondo e piani di profondità si mescolano e insieme si articolano offrendo un complessivo scenario animato e dinamico; va detto inoltre che la ricerca di Briscese si sta direzionando verso una più matura libertà espressiva.
Venezia e Torino sono le città prescelte, la prima forse per la bellezza dal sapore antico, per la sua luce sotto la quale formicola un coacervo di razze che si perde nei vicoli, la seconda perché raccoglie il vissuto del pittore essendo Torino il suo luogo di elezione. Le problematiche urbane non sono assenti dai nuovi lavori ma restano sottese.
Sono quadri intensi che il nostro sguardo incrocia e interroga: luoghi fisici e mentali, visioni di fantasia e paesaggi aperti ad una differente riconoscibilità.

Le pitture di Paolo Durandetto appaiono come pensieri figurati che narrano: è il caso dei suoi racconti paesaggistici intitolati “Fukusima” in relazione ai territori giapponesi evacuati a causa della nota tragedia nucleare.
Lo stesso pittore stranisce e si ritrova a tracciare delle zone cromatiche con colori che gli sono estranei, aree acidamente illuminate, segni di angosciosa assenza presenza e ricordi di un’oppressione mediatica che inscena e rimacina un abbandono reale.
Tutto ciò rimanda, pur nella differenza, per una sorta di singolare richiamo, ai paesaggi di Kiefer desolatamente deserti eppure ricoperti da orme di agghiacciante storia umana.
Così le opere di Durandetto, che si mostrano quasi eteree nel loro marcato carattere di essenzialità, disvelano qui una poetica di sensibile compartecipazione umana.
Con la serie dei “Link” il pittore esterna e dipinge lo stesso legante che attraversa come nodo ricorrente i suoi lavori: egli mantiene soltanto il reticolo connettivo che struttura ogni sua ideazione creativa: colori decisi e forme , un unicum di buona pittura, parlano il linguaggio riflessivo dell’artista.

Gianguido Oggeri Breda chiama “paesaggi emotivi” i lavori di grafica digitale che presenta in questa mostra. La loro particolarità è quella di essere un autentico rimando al bello, anche se non definibile.
Si entra in un mondo astratto che lascia percorrere le sue stanze, pervaso di un umore sanguigno e capace di creare un linguaggio visivo delicato e forte.
Alla base delle sue opere c’e un lavorio di scansione di materiali solidi o liquidi; Oggeri quindi parte dalla concretezza materica e sta percorrendo una sua strada dove il lirismo accompagna una ferma volontà’ di fare, di cambiare, mettendosi in gioco come uomo e come artista.
È esposto anche un interessante progetto che appartiene a un precedente periodo creativo: è il risultato di una composizione a tecnica mista su supporto costruito con cartone e altri materiali, in origine utilizzato per le scansioni della serie “urbanaurea”, e indirizzato a ricercare, tramite una fantasiosa ricostruzione, le tracce di un’antiche civiltà’ scomparse. I pannelli originari, ricomposti (da qui il titolo di “urbanaurea: ri-genesi”) e trattati con colori acrilici e smalti, è esemplificativo del “modus operandi” dell’autore, che prevede il continuo riciclo e riuso di materiali, e segna in qualche modo un “ritorno alla materia”, un ritrovarsi su una strada diversa e in certo senso più classica rispetto a quella dell’arte digitale. Anche questo strano luogo che custodisce le memorie del passato e’ un’ segno del nuovo paesaggio.

 

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