contaminazioni neoespressionistemostra di  fotografia, digital art, scultura e pittura dal 2 al 23 aprile 2011

espongono:

Banafsheh Rahmani, Alessandra Lampiasi, Eva Pianfetti, Stefano Tosi, Fabrizio Molinario

a cura di Giovanna Arancio

“Contaminazioni  neoespressioniste”  definisce  la cifra linguistica che funge da denominatore  comune  alle opere che  sono in esposizione in questa mostra,  inoltre la scelta del plurale sottolinea che le interazioni sono di diverso tipo così come anche le manifestazioni del neoespressionismo sono molteplici.
E’ da  precisare  che nel nuovo  millennio persino  le rivisitazioni storiche più rigorose tengono conto della presenza dell’informale, dell’assemblaggio, della simultanea compartecipazione di diversi codici di comunicazione visiva  e le contaminazioni si intersecano e si trasformano di continuo.
L’espressionismo dei primi decenni del Novecento prepara e in parte forgia l’exploit neoespressionista degli anni Ottanta  e  del  precedente  decennio  figurativo tedesco ( e inglese) in sottotraccia.   La figurazione in senso lato si afferma  nell’ultimo  scorcio  del  secolo  scorso  con  l’esaurirsi   della  fase  più’ interessante del concettuale e con l’affermarsi  di  un nuovo  mercato  emergente e  vivace;  oggi  invece  una parte  dell’area  figurativa  si  sta invece sfilacciando  tra  i fasti dello status symbol  e tra le  superficiali  attrazioni di una provocazione di facciata. In queste lobby e’  andata  persa  sia  quella  tensione  vitale  e  drammatica  del  primo  provocatorio  espressionismo  sia la sfrenata voglia di libertà e di riprovare ad emozionarsi , prerogative peculiari della nuova ondata neoespressionista. Quest’ultima   ha  rinnovato  e  perseguito con  forza d’urto quella iniziale  e inquietante spinta dei primi decenni del secolo scorso nei confronti di un mondo difficile da vivere.
Fa  pensare  il fatto che tra le peculiarità delle varie forme del vecchio e nuovo  espressionismo ci sia il progressivo scardinamento della composizione tanto che il dettaglio si sgancia dal suo ruolo abbattendo ogni gerarchia, mentre vengono  eliminati  le  proporzioni  e  ogni  residuo  di  naturalismo  cromatico  e  formale.  Scompaiono  narrativa e descrizione, sostituiti da un incalzante tentativo di andare oltre l’apparenza delle cose , di semplificarne le immagini, e ciò’  porta  a  considerare  insufficiente  ogni  figura,  “schiava dell’occhio”. Forzando  verso  una  tematica esclusivamente  volta verso l’interiorità si rischia di azzerare il valore della realtà esterna a vantaggio di una visione totalmente soggettiva che può sconfinare nell’astratto.
La  strada  che  va  dal  rigetto  del  naturalismo alla  propensione per lo scioglimento dell’immagine,  e’ lastricata di passaggi  in  cui  il  visibile cede  al  lavorio  dell’inconscio  che cattura emozioni e sentimenti rendendo superflua la “superficialità’ ” della vita esteriore.
E’ una direzione che conduce al lirismo di Kandinsky.
Restando nel figurativo emergono dei rimandi al passato di per sé contrastanti.
“Die Brucke”, Il Ponte, si proponeva, ad esempio, di “gettare un ponte”, una sorta di speranza; in realtà’ i suoi artisti del primo  novecento  erano  per  lo  più  figurativi apocalittici e veri antenati dei “Nuovi Selvaggi”, l’ala estrema del neoespressionismo tedesco.
Dopo  la  stagione  del  realismo  grottesco  e  satirico  della  “Nuova Oggettività”  ricordiamo,  rapidamente,  a volo d’uccello,   grandi   artisti  come  l’inglese  Bacon,  i  tedeschi  Baselitz  e  Auerbach,  l’italiano  Cucchi,  l’americano   De Kooning,  Basquiat, etc., i quali prepararono o percorsero, nella seconda metà del Novecento,  il terreno adatto alla ripresa di un’arte intensamente sentita e manualmente rivalorizzata.
In  mostra  non  troviamo  segni  nichilisti  di  messaggi  virulenti,  prevalgono  invece   il  desiderio   di  riscatto  di kokoschkiana  memoria,  oppure  un crudo e insieme poetico richiamo alla responsabilità’,  una ricerca catartica  o un’ironica e insieme lucida consapevolezza dell’oggi, coraggiosamente ludica.

Banafsheh Rahmani sceglie  perlopiù’  di dipingere  su  tele  medie  o  grandi proponendo un pittura scabra, senza concessioni ne’ ad una facile piacevolezza visiva ne’  a una crudezza gratuita; e’ un atto creativo capace di far leva sulle reazioni più profonde che si smuovono e chiamano ad appello sentimenti forti, di sdegno, di partecipazione, di presa di coscienza allertata.
Nelle  sue  opere  scorrono  immagini  ispirate  alle  situazioni  di  tragicità  attuali   come aree di guerra, condizioni infantili e femminili difficili, rapporti colti con uno sguardo che non necessita di parole.
Le  forme  prendono  possesso  dello  spazio  con  molta  libertà:  può  apparire  una  figura  di  bimbo  che  sbuca letteralmente  dalla  tela  occupandola,  quasi  forzandola,  o  la  parte  centrale di una testa di donna che riempie il quadro o una serie allineata di minute figure, schiacciate sul fondo e stilizzate al massimo.
Luce ed oscurità':  luci rosate,  celestrine, e colori cupi, tendenzialmente bluastri, cretosi, creano atmosfere sospese, contrastate  e  senza  ombre,  dove  il  rosso  e’  presagio violento e arriva sulfureo in questa inquieta tavolozza. La drammaticità neoespressionista si lega a suggestioni goyesche.

Alessandra Lampiasi sta conducendo la sua sperimentazione pittorica che inizia a sfiorare l’informale. Non a caso. La poetica  di  questa  pittrice,  seppure  si  alimenti  con  curiosa  versatilità’  di  vari  filoni  storici e contemporanei legati  in   particolare  alla fiaba,   al  grottesco,   al  pop,    consiste  in  un  complesso  linguaggio  a   dominanza neoespressionista  impostato  intorno  ad  una  ricerca volta allo scavo interiore nei territori inabissati dell’inconscio.
Ciononostante  si   tratta  di  un  messaggio  che  evita  lo  sprofondamento nel tragico. Variando la catarsi artistica aristotelica che intende la tragedia come mimesi “salvifica”, Alessandra Lampiasi considera il lavoro creativo non in quanto imitazione  del  reale  ma come oltrepassamento dello stesso; in tal modo cattura quelle tensioni emozionali velate dall’apparenza sensibile e ne risolve la drammaticità’ tramite la consapevolezza e quindi una giusta distanza e una leggera ironia.
I  colori  sono  legati   alle  atmosfere  che  il soggetto del quadro evoca. Il disegno appare deformato, tracciato con sorprendente disinvoltura   formale ed espressiva; sogni, incubi, bizzarrie, sono esternati con contorni raramente netti, il più  delle  volte  sfaldati, all’interno  di  un  approccio che approda al non finito, al bizzarro, all’anticonvenzionale. La sua fuga dal decorativismo  approda nello spiazzante mondo dell’onirico, in divieto di sosta per ogni sorta di pigrizia mentale.

Eva Pianfetti mette al centro della sua poetica l’impegno per la riconquista di un dialogo reale, un confronto con se stessi  e  con  gli  altri,  possibile  se  la  via  prescelta  riporta verso la naturalità’, ossia verso la ripresa in mano del proprio sentire liberando il corpo e la mente da tempo alienati.
La disperata  ricerca dei valori di Van Gogh, precursore dell’espressionismo, si tramuta per questa giovane pittrice in un appassionato  lavorio  fondato  sulla conoscenza che non e’ data a priori ma e’ trasmessa e su una presa  d’atto delle nostre  fragilità’.  Tutto  ciò  serve  per  “fuggire”  dalle  trappole  della  schiavitù’  contemporanea e dal nostro doppio che e’ quella maschera che ci soffoca.
Davanti  a  noi  scorrono le immagini ricordanti le maschere di Ensor, il Teatro del doppio di Artaud, un surrealismo miscelato  ora  con  l’approdo  nella natura di Franz Marc, ora con un impianto neoespressionista dinamico. Scene, dettagli,  riquadri  e  ogni  tipo  di fantasia sono dettati dalla fervida immaginazione dell’artista che impiega svariate tecniche  e  una  cromia  chiara,  con  prevalenza di terre rossastre. Quando Eva Pianfetti si abbandona alla pittura della natura il suo cromatismo emozionale si accende tra singolari scenografie.

Stefano  Tosi e’ l’unico fotografo presente in mostra e non sfigura tra i dipinti che lo attorniano. E’ una carrellata di foto raffinate  che  ha il sentore dei suoi viaggi e propone la nettezza delle sue immagini in un continuo rimando a suoni, libri, attimi magici e imprevedibili.
Ci avviciniamo alle sue opere.
In  un  locale  anonimo  come  un  centro commerciale, in un angolo occasionalmente vuoto, davanti a un giovane incurvato  forse  da  qualche peso più’ grande di lui percepiamo un senso di abbandono. Manca la folla che Munch immette nel suo  quadro per sottolineare l’anonimato che esaspera l’uomo che cammina controcorrente. Solitudine.
Una grafica  digitale omaggia  il mondo del Caravaggio, grande artista ma figura di uomo tormentato. Ci rammenta una pittura  drammatica,  di forti chiaroscuri in una temperie culturale difficile, eventi che non ci spiace ricordare in una mostra come questa.

La  pittura  di  Fabrizio Molinario sorprende  per  l’apparente  dissidio  tra la festa cromatica della sua tavolozza, la vivacità delle sue figurine infantili, da un lato,  e la sottile tematica della sua poetica dall’altro.
Nelle  sue  tele  ci  sono  la  tensione esistenziale della vita e una sfida atavica senza fine che ci induce a  “metterci alla prova”  con  noi  stessi  e  con  gli  altri, affrontando  paure, lottando per istinto, in un’azione spesso al di là del razionale e del conveniente, dentro un caos appena coperto da un fragile ordine. E’ un linguaggio che si accosta al neoespressionismo anche sul piano compositivo:  l’impostazione classica e’ squarciata e pavimento -pareti -soffitto -cielo. -terra, etc. non hanno più ordine e gli omini sembrano danzare e muoversi in uno spazio nuovo.
Grumi  di  colore  sui visi, un ritmo coloristico energico, tinte dense,  sature e brillanti, piene di luce, sono supportati da un fondo polimaterico, tra carte di giornale e colature, prettamente contemporaneo. L’Art Brut fa capolino, quasi a ribadire il primitivismo che ci sottende.

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