attraversamenti sparsi

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Attraversiamo in ordine sparso i nostri segmenti di percorso.

Dentro uno spazio multiforme, come all’interno di un enigmatico territorio, sfogliamo, cercando una lettura, i silenziosi e terrosi strati di suolo che calchiamo.

Viene chiamata creazione artistica l’interrogante tracciato di vividi segni con cui diamo forma, colore, volume, senso, in modo consapevole e fragile, all’unicità di questo nostro passaggio.  Affiniamo le ricerche, a volte sovrapponiamo le une alle altre, scaviamo tra le radici della storia, in mezzo a fascino e violenza, e collaboriamo a formare una catena di visioni sfaldata, riaffiorante, ininterrotta nel tempo.

In questa esposizione gli artisti presentano opere che, in modo più specifico rispetto ad altri lavori di mostre precedenti, si possono interpretare come “orme” lasciate sul terreno, vale a dire impronte di una figura umana che si ritira allo spazio visibile e lascia invece intravedere quale messaggio uno specifico modo di vivere e comunicare la finitezza.

Il limite è sicuramente un confine ma rappresenta anche la nostra sola risorsa: dentro il nostro finito c’è la “molla” che ci anima, ossia esso muove e decide i passi e la forza della nostra spinta conoscitiva ed emotiva, spalancata sulla scena del mondo sensibile e ontologico.  Le cose, il contingente, il prima e il dopo, la trasformazione nel divenire, la tensione all’essere, il continuo viaggio nell’ignoto, tutto ciò germina dentro un deciso taglio di luce-ombra interpretativo e soggettivo.

Paola Calcatelli mostra installazioni e opere su metallo e tela nelle quali la matericità è tangibile, ma senza che il suo linguaggio si leghi con l’estetica dell’arte povera.  Stiamo attraversando territori nuovi e già da tempo l’arte percorre piste espressive e tecniche che trattano la materia con impostazioni in cui la classicità è piegata alle istanze mediatiche più aggiornate.  Al proposito Paola Calcatelli espone l’effimero analizzando sia perdite e aggiunzioni operate su di esso dal tempo, sia il tentativo virtuale e impossibile, sperimentato dalla tecnologia avanzata, di immortalare con immagini sempre più perfettibili la fisicità oggettuale.  L’artista mette in evidenza l’illusorio sforzo della contemporaneità di fermare così l’usura delle cose; questa utopia cela una heideggeriana presenza metafisica che cambia pelle alle precedenti versioni occidentali dell’essere.  Le creazioni in metallo suggeriscono liriche astrazioni, rugginose, bianche, nero-grigiastre, ocra, o con poche e tenui tonalità ottenute con lavorazione di ossidi, gessi e colle (tutti materiali deteriorabili).  Sono denominate “Opere a termine” per sottolineare in tal modo le inesorabili mutazioni del lavoro artistico su base organica.  Le installazioni viventi invece, chiamate “Bioopere a termine”, supportano lo stesso principio attivando però specifiche fasi: la prima è la riproduzione fotografica dell’elemento naturale, ripreso in un dato istante, mentre la seconda è la concreta presentazione del mutamento dello stesso, al momento temporale della mostra.  Anche le “Tele a termine”, opere destinate a un lento trasformarsi dei gessetti e degli altri strumenti pittorici instabili, sono composizioni intense dove si intersecano piani, forme vagamente geometriche, prospettive impossibili, morbidi segni semicorrosi, fantastiche architetture astratte su cieli neri.  L’artista ci accompagna lungo il suo tragitto ideativo e poetico, acutamente sottile.

Un altro attraversamento di segno fotografico si compie nel nome del divenire.

Rosaria Di Dio ferma con la macchina digitale curiose forme che si originano dalle marcescenze sul marmo.  Questa roccia è porosa, assorbente, permeabile, e pertanto soggetta a subire le aggressioni atmosferiche, le corrosioni degli acidi, le efflorescenze dell’umidità, le alonature opache e le macchie chiare dei sali rilasciati dall’acqua e ogni sorta di mutamento causato dall’invecchiamento.  I “fiori del marmo” sono una serie di scatti che riprendono tutte queste incrostazioni incise dal tempo e dall’interagire del minerale con la vita che lo circonda.  Nascono così le immagini che l’artista espone e che include tra le altre sue “Arti visionarie”: tali fotografie, che sono da definirsi pittoriche, ci sbalzano all’interno di paesaggi immaginari che sembrano visti dall’alto, oppure dentro geografie siderali, o sopra un fiore giallo esploso in mezzo a un cespuglio cinereo, a tratti ambrato, o ancora inquadrano scenari informali con contrasti cromatici, tra muschi, muffe, patine biologiche dalle innumerevoli sfumature.

Un video sonoro richiama un’altra serie fotografica che presenta varie analogie con quella sopracitata: si tratta de “I gioielli del tempo”, precedentemente esposta nella nostra galleria.  Non marmo ma frutti della terra (frutta, verdura) diventano motivo di insospettata bellezza proprio quando il ciclo naturale è nel momento trasformativo, ossia in un lasso temporale per nulla apprezzato se non come ingranaggio dell’economia dei rifiuti.  Aristotele sosteneva che la generazione e la corruzione del mondo sensibile sono i due aspetti di un’unica trasformazione di sostanza; Va da sé che la corruzione di una sostanza è la generazione di un’altra, e viceversa, e in questa perpetuità Rosaria Di Dio costruisce la sua peculiare cifra stilistica.

In questa mostra l’Intervento fattivo e la presenza pensante dell’artista si avvertono fortemente. Ovunque. Però nelle opere esposte l’uomo non compare mai o quasi.

Nei dipinti di Marco Bettio il transito umano è tacitamente avvertito e vissuto nella sua debole forza di passaggio temporaneo.  All’interno di alcuni lavori s’ntravvedono ancora minute sagome di persone, ma sono apparizioni rare e appena avvertibili.  Perlopiù traspaiono solo pochi cenni lasciati dall’uomo, attraversamenti sparsi, testimonianze tradite da un cancello, un reticolato, un palo, un gomito di strada.  La ricerca del pittore, influenzato all’origine dalla poetica del sublime nel paesaggio di Friedrich, di marca mitteleuropea, si sviluppa verso nuove direzioni conservando la scia di quell’influsso ma strutturando l’impianto attraverso un processo di semplificazione che premia una radicale essenzialità compositiva.  Inoltre Marco Bettio lavora su un doppio binario pittorico solo in apparenza contraddittorio: la pittura del fondale è legata al gesto in un linguaggio quasi sempre informale e dinamico, mentre il primo piano paesaggistico contrasta – si esalta –  grazie ad un segno controllato, attento al dettaglio e cromaticamente tonale.  Via via lo sfondo dilaga, la figurazione si assottiglia ulteriormente, scompare, ritorna trasfigurata in un gioco singolare di spazialità e di colori e luci.  Mente e pennello si intrecciano.  Il colorismo è una tastiera dai tocchi esperti.  Proviamo ad attraversare con i sensi l’installazione in mostra, composta da sedici oli; è come entrare in una rapsodia ungherese lisztiana.  Seguono altri quadri dove resta in forse la vicinanza o lo stacco fra la provvisoria appartenenza umana alla natura e il contesto in cui tale appartenenza ha luogo; si tratta di un rapporto leitmotiv che inanella le tele.  Tra le pieghe inquiete di questa catturante pittura si possono forse scorgere possibili raccordi più sereni.

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